| Autore |
The Orphanage di J. A. Bayona |
AlZayd

 Reg.: 30 Ott 2003 Messaggi: 8160 Da: roma (RM)
| Inviato: 15-11-2008 17:29 |
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Caso cinematografico spagnolo dell’anno, campione d’incassi in patria, vincitore di 7 premi Goya, distribuito negli USA e accolto favorevolmente dalla critica a stelle e strisce, ben 4 volte “nominato” dagli European Film Awards 2008 (miglior film, migliore interprete femminile, miglior fotografia, migliori musiche), quest’opera prima del regista Juan Antonio Bayiona, già autore di cortometraggi e video musicali, è destinato a far parlare di sé anche nel Belpaese. Il quale - pleonastico ma utile ricordarlo, se non anche triste -, seguita a perdere i treni del cinema (non solo) di “genere” in cui una volta si era maestri “esportatori', acclamati ed imitati nel mondo intero. La Spagna, con i suoi più o meno contemporanei Pedro Almodovar (che a modo suo si è spesso avvicinato alla metafisica del “genere”, all’apice del dolore, delle “mutazioni”, di certi “abissi di passioni” definitivi, spesso privi di riemersioni, basti pensale a La mala educaciòn, oltre che per il suo apporto al genere in veste di produttore), Alejandro Amenàbar, Juanma Bajo Ulloa, Jaume Balaguerò, Guillermo Del Toro, Jorge Sánchez-Cabezudo, ecc, ora con Juan Antonio Bayona, seguita a perpetuare la sua ricca e interessante tradizione cinematografica “negra”, favolistica, fantastico/horror, thriller. Stesso discorso vale per la Francia che affronta il genere con cipiglio più violento, apertamente splatter, sanguinolento, in grado tuttavia di competere, spesso surclassandola, con la più agguerrita e consolidata cinematografia mondiale, pur nella ricorsività dei temi.
Quali sono dunque le ragioni dei successi e riconoscimenti ottenuti da questa pellicola presentata e co-prodotta da Guillermo Del Toro, girata in modo classico, con una trama non particolarmente originale, che ricalca le orme delle opere cult e germinali spagnole e internazionali?
Una donna torna a vivere nell’ex orfanotrofio in cui aveva trascorso la sua infanzia, insieme al marito e al figlioletto, con l'intenzione di aprire una residenza per disabili. Molto presto Laura (una straordinaria, intensamente in parte Belèn Rueda nota in Italia per Mare Dentro di Amenàbar) scoprirà che il “passato” dell'orfanotrofio spia e addirittura minaccia lei e la sua famiglia.
Fin dalle prime sequenze che mostrano gli orfanelli intenti a giocare a “le belle statuine”, anticipando gli originali titoli di testa piacevolmente calligrafici, quasi “retrò”, stile visivo rarefatto ed elegante, classico, quasi loseyano, veniamo catapultati in una dimensione ambigua, sorta di indefinito stato di veglia e sogno, pregno di “affetti” e di sinistre premonizioni. Una porta spalancata sul giardino, vagamente johnfordiana: qualcuno, qualcosa.., minaccia i bambini dall’interno (buio) dell’orfanotrofio. E’ il breve, folgorante antefatto. Salto temporale in avanti, o all'indietro.., ha inizio il viaggio nel favoloso mondo del fanciullo, negli orrori e negl’incubi degli adulti dalle “verità nascoste”, nei “sesti sensi”, nelle “presenze” aliene: gli “altri”.
Il rigore formale delle inquadrature, la disinvolta plasticità della macchina da presa, la dolente e psichica pastosità dei colori, l’alternanza di luci ed ombre dell’eccellente fotografia di Oscar Faura, la discreta e flessibile punteggiatura musicale affidata all’ottimo compositore Fernando Velàzquez, sono gli elementi che caratterizzano da cima a fondo la pellicola. Nulla di nuovo sul fronte del plot, dicevamo, ma una stessa storia può essere “eseguita” in vari modi, come una partitura musicale conosciuta, con rinnovate inflessioni, accenti e toni, ritmata a tempo giusto. Ed è il caso di The Orphanage, opera prima non solo per il regista ma anche per il cast tecnico, decisamente ben scritta da Sergio G. Sanchez, il quale, pur ricorrendo agli stranoti archetipi e alle risapute simbologie del genere (case animate, grotte, cantine, cunicoli, promontori con fari, mari in tempesta, orride maschere, inquietanti presenze…), conferisce al testo un suo tratto di originalità, credibilità e fascino. “Fantasmica” e macabra, la spinta patetico-testuale, immaginifico-visionaria del film non va oltre le sue “competenze”. La paura, che nasce dal profondo delle viscere, nelle 'cose' e nei misteri della casa 'protagonista', oltre che dai sinistri accadiementi, è senza sangue ed effetti speciali, o quasi. Nessun squartamento efferato, nessuna sevizie gratuita, nessun colpo basso sotto la cintura dello spettatore. Il buon gusto trionfa sull’effettaccio di facile presa, anche se non mancano momenti di puro e adrenalinico o(te)rrore. Siamo più vicini, come spirito, a quel gran capolavoro di Jack Clayton intitolato Suspense, che alle “case” di Poltergeist o di Amityville, quantunque Bayona non disdegni di ri-tarare alcune suggestione di tali pellicole alla sua personale sensibilità e visione cinematografica. E’ dunque nell’inespresso, nella tensione filmica interna, nel garbo narrativo e figurativo, nella cura del dettaglio e dell'immagine, nella costante sospensione onirica e nelle lugubri atmosfere da incubo, così piene di “attese”, che vanno ricercati i motivi della riuscita del film.
Il quale, pur a fronte di alcune ingenuità testuali (quasi inevitabili nel “genere”), e rare stucchevolezze visive, sa come catturare l’attenzione dello spettatore e lasciarsi godere durante l’intera proiezione, senza apprezzabili cedimenti per quanto riguarda la tenuta tramica, la tensione e il ritmo cinematografico che restano sempre alti.
Breve, inquietante apparizione di Geraldine Chaplin nei panni di una medium.
Pubblicato qui
La conf. stampa con il regista |
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Tristam ex "mattia"

 Reg.: 15 Apr 2002 Messaggi: 10673 Da: genova (GE)
| Inviato: 16-11-2008 13:54 |
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è piaciuto abbastanza anche a me.
Visto una settimana fa.
Non rivoluzionario, nè uno di quei film che ti porteresti sull'isola, però si è intenso nella costruzione visiva e in quella narrativa (molto bella e triste la storia)... e poi è interessante il cambio di stile al centro del film in funzione delle necessità drammatiche (che inizia in sostanza da quando la madre parte alla ricerca) con il ritorno, poco prima della fine, alla costruzione più calma... che dimostra in sostanza al pubblico che bayona può davvero padroneggiare tranquillamente diversi stili soprattutto all'interno di uno stile che si fonda sugli psicologismi dell'immagine e della storia...
_________________ "C'è una sola cosa che prendo sul serio qui, e cioè l'impegno che ho dato a xxxxxxxx e a cercare di farlo nel miglior modo possibile"
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Deeproad

 Reg.: 08 Lug 2002 Messaggi: 24477 Da: Capocity (CA)
| Inviato: 16-11-2008 19:04 |
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andrea70

 Reg.: 10 Mar 2007 Messaggi: 562 Da: frosinone (FR)
| Inviato: 16-11-2008 19:17 |
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L'ho visto ieri sera, come ho scritto in Cineinfo non so ancora dare un giudizio preciso, credo che mi gioverebbe rivederlo una seconda volta, fra qualche tempo.
Bella recensione Alzayd. |
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kubrickfan

 Reg.: 19 Dic 2005 Messaggi: 916 Da: gessate (MI)
| Inviato: 16-11-2008 19:19 |
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non male davvero
Trama: In un orfanatrofio dei bambini, che hanno ognuno svariati problemi fisici, spariscono apparentemente senza una ragione. Anni dopo, una coppia con un figlio adottato decide di creare nei locali della istituzione ormai in disuso una casa famiglia d'accoglienza minorile.
Quando Simon, il loro figlio, durante una festa sparisce, la coppia entra in crisi. La madre, decisa e risoluta, vuole scoprire chi ha preso suo figlio, sfidando le inquietanti presenze che popolano la casa ...
Commento: Prodotto da Guillermo del Toro, bravo regista spagnolo autore tra l'altro di un film che tratta di bambini anche se in maniera diversa da questo, cioè La spina del diavolo, questo the Orphanage è un interessante frullato di varie opere del passato, citando di sfioro capolavori come Shining oppure film più recenti del tipo di The Others o il Sesto senso, per arrivare alla favola con Peter Pan.
Trama semplice, lineare, per un film tutto giocato sulle paure ancestrali e praticamente privo di veri effetti speciali truculenti (visioni di questo genere appannaggio solo di un unghia spezzata e una faccia scarnificata). La famiglia, composta da madre (Belen Rueda, brava ed espressiva) e padre (Fernando Cayo) ha seri problemi con il figlio adottato Simon, che vede e sente in continuazione bimbi (apparentemente?) immaginari, di cui crede fermamente l'esistenza, negata dagli adulti (sublimazione della favola di Peter Pan in una chiave moderna). I coniugi decidono di rimodernare un vecchio orfanatrofio, dove Laura, la moglie ha trascorso un periodo, teatro in passato di una tragedia con vittime multiple dei bambini di cui non si è trovato il corpo, su cui gravavano vari handicap, per farne una struttura d'accoglienza stile casa famiglia.
Arrivati nei grandi locali in disuso, Simon percepisce la presenza di persone immaginarie in maniera ancor più pesante di prima, preoccupando i genitori. Durante una festa, il piccolo scompare, non c'è modo di trovarlo, mentre le presenze occulte si fanno sempre più sentire all'interno della casa.
Come si può vedere la composizione del racconto è densa di altre ispirazioni, ma diversamente da altri prodotti spagnoli che a tratti si perdevano nel racconto (come la saga dei cosidetti figli senza nome, del tipo di Nameless, Second Name e affini) questo
focalizza nell'onestà di intenti i suoi scopi, senza fastidiosi intrighi a chiocciola, raccontando una storia con una casa disadorna, delle presenze occulte e un bimbo scomparso (con la medium segnali di Poltergeist). Ci sono momenti in cui si fanno dei genuini salti
di paura dati da improvvisi cambiamenti, il clima del terrore è ben impresso (anche con l'uso intelligente della musica in maniera non banale e quello della fotografia, bella quella della cantina) e finalmente grazie al cinema europeo che non accondiscende alle pretese dei brufolosi teen ager (o per meglio dire che pensa a questi come consumatori di terror/horror fast food) vediamo dopo Frontiers prodotti decenti, adeguatamenti illuminati nella loro semplicità, che fanno il loro dovere. Tra l'altro c'è un momento della trama davvero geniale, un bivio di sostanza
che sublima il lavoro precedente, il gioco della caccia al tesoro che trova il suo apice.
Case desolate, rumori di spettri, bambini sperduti e spiaggie desolate con grotte e un faro, ce ne è abbastanza per fare un film psicologicamen te urtante senza condirlo di facili stilemi blandi e inutili: l'opera prima di Juan Antonio Bayona (che omaggia Del Toro con un personaggio di nome Guillermo) non lo fa e il risultato ne viene a gioire.
In definitiva un buon ghost-terror di impatto decisamente valido, dalla trama concisa e lineare e senza particolari difficoltà di lettura, che si vede gioendo per la sua semplicità senza bisogno di orpelli o effettoni truculenti, aiutato dalla bravura della protagonista. Il terrore sta dentro di noi per la paura di perdere i propri cari, nel caso i figli, non serve emettere sangue sullo schermo per potenziare il messaggio del cuore spezzato di una madre. I fantasmi non sempre sono maligni di natura, a volte li creiamo noi pensando che siano iracondi di base e non bisognosi d'affetto. Ovviamente queste frasi il film le spiega, noi non lo possiamo fare per non togliervi il gusto di vederlo.
pubblicata su Cine Zone
_________________ non solo quentin ma nel nome di quentin...quentin tarantino project
QUENTIN TARANTINO PROJECT |
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Richmondo

 Reg.: 04 Feb 2008 Messaggi: 2220 Da: Genova (GE)
| Inviato: 16-11-2008 19:21 |
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Arrivo, Pèppè. Comè si vèdè sono costrètto a scrivèrè con la è accèntata (si è rotta quèlla normalè) è buttar giù un intèro commènto sul film in quèstè condizioni mi fa uscirè di tèsta.
Aspètto domani, quando sarò sul pc dèlla biblio...è corrèrò a confrontarmi su quanto hai scritto.
Quèsto mio post potrèbbè anchè èntrar nèlla storia....
_________________ E' meglio essere belli che essere buoni. Ma è meglio essere buoni che essere brutti. |
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TheSpirit
 Reg.: 21 Set 2008 Messaggi: 2754 Da: Napoli (NA)
| Inviato: 16-11-2008 19:23 |
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| Io ho tentato di vederlo ieri, ma la sala era piena... |
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AlZayd

 Reg.: 30 Ott 2003 Messaggi: 8160 Da: roma (RM)
| Inviato: 16-11-2008 23:36 |
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quote: In data 2008-11-16 13:54, Tristam scrive:
è piaciuto abbastanza anche a me.
Visto una settimana fa.
Non rivoluzionario, nè uno di quei film che ti porteresti sull'isola, però si è intenso nella costruzione visiva e in quella narrativa (molto bella e triste la storia)... e poi è interessante il cambio di stile al centro del film in funzione delle necessità drammatiche (che inizia in sostanza da quando la madre parte alla ricerca) con il ritorno, poco prima della fine, alla costruzione più calma... che dimostra in sostanza al pubblico che bayona può davvero padroneggiare tranquillamente diversi stili soprattutto all'interno di uno stile che si fonda sugli psicologismi dell'immagine e della storia...
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Difficile Mattia incappare di questi tempi in film da "isola". E' già tanto se riusciamo a trascorrere un par di orette in modo piacevole, diverito, intelligente. L'"amore che strappa i capelli" è un lusso raro.
Questo aspetto dei cambi di stile non lo avevo percepito in maniera cosciente. L'intera visione del film è stata una sorta di "sofferenza", tra il caldo e il freddo. Quando si sono riaccese le luci in sala ho pensato: film ben congeniato, girato (concordo, un autore molto promettente), ben scritto, ben musicato, recitato, ambientazioni affascinanti, ecc, mi è piaciuto ma cos'è che non mi ha convinto fino in fondo? Devo rivederlo!
Già nel pomeriggio tuttavia - magari anche grazie alle cose che si sono dette durante la conf. stampa con il regista (uno scasciatone simpatico, alla mano, molto sicuro di se), uno dei rari incontri stampa in cui si è parlato di cinema e non di gossip, di quante volte al giorno si cambiano le mutande dive e divi, e allo scambio di impressioni tra amici -, ho sentito (ri)montare in me il film in maniera positiva, ripensando a quelle bellissime immagini, a quella sapiente messinscena, e i limiti di un plot risaputo sono svaniti come bolle di sapone. Anche perchè, a pensarci bene, le storie dei film di genere sono abbstanza tutte uguali. Azzo, se un tizio del tutto sconosciuto alla sua opera prima mi fa quest'effetto, che manco i più strombazzati e ultramiliardari blockbuster di genere.., vuol dire che c'è del buono... Il giorno dopo ero già pronto a scrivere le mie quattro riflessioni. Mi sarei preso più tempo, avrei voluto scriverne in maniera un po' più approfondita e dopo aver rivisto la pellicola.., ma non c'è stato tempo, a due giorni dalla prima visione il film era nelle sale e dovevo pubblicare. In realtà il film mi si era cacciato ben dentro, lavorara sotto, e alla fine ha vinto lui... Ecco ci sono film che ci appaiono fin da subito belli o brutti, capitoci un cazzo o meno, e amen!... altri invece sono alla "a da' passà 'a nuttata"... Lo rivedrò facendo più attenzione ai cambi di stile.
POSSIBILE SPOLIER, ma non troppo...
Bella storia, vero, e triste, con un finale "patetico", e il fatto che il "lieto fine" (se così si può chiamare, ma direi di si), mi avevesse commosso l'avevo interpretato sulle prime come una facile concessione. Parlandone a caldo, ancora in sala, si era alcuni d'accordo sul fatto che scrivere la parola fine prima avrebbe giovato al film, poi però ho cambiato idea... In fondo quel finale - in un film che non vuole essere "morale", privo di forzature, ostentazioni, manicheismi, spiegazioni univoche, la cui morale della favola è nella storia stessa, tra le pieghe del racconto d'intrattenimento, che serve per divertire, spaventare, emozionare, solleticare l'immaginazione, come accade con tutte le più belle favole per bambini bambini... e per bambini adulti ancora capaci di provare stupori fanciulleschi - è un momento di buona poesia, di pietà, di speranza... |
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AlZayd

 Reg.: 30 Ott 2003 Messaggi: 8160 Da: roma (RM)
| Inviato: 16-11-2008 23:47 |
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quote: In data 2008-11-16 19:17, andrea70 scrive:
L'ho visto ieri sera, come ho scritto in Cineinfo non so ancora dare un giudizio preciso, credo che mi gioverebbe rivederlo una seconda volta, fra qualche tempo.
Bella recensione Alzayd.
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Grazie Andrea. E' sempre utile rivedere i film che non ci convingono del tutto e che tuttavia ci lasciano con la voglia di fare il bis. Cosa che farò anch'io, anche se la mia opinione è al momento positiva.
_________________ "Bisogna prendere il veleno come veleno e il cinema come cinema" - L. Buñuel |
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AlZayd

 Reg.: 30 Ott 2003 Messaggi: 8160 Da: roma (RM)
| Inviato: 17-11-2008 00:00 |
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quote: In data 2008-11-16 19:21, Richmondo scrive:
Arrivo, Pèppè. Comè si vèdè sono costrètto a scrivèrè con la è accèntata (si è rotta quèlla normalè) è buttar giù un intèro commènto sul film in quèstè condizioni mi fa uscirè di tèsta.
Aspètto domani, quando sarò sul pc dèlla biblio...è corrèrò a confrontarmi su quanto hai scritto.
Quèsto mio post potrèbbè anchè èntrar nèlla storia....
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Sarà contaggiosa.., mè l'hai trasmmessa purè a mè, chè tè possino!
Tè èspero...
_________________ "Bisogna prendere il veleno come veleno e il cinema come cinema" - L. Buñuel |
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Richmondo

 Reg.: 04 Feb 2008 Messaggi: 2220 Da: Genova (GE)
| Inviato: 17-11-2008 14:02 |
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quote: In data 2008-11-16 23:36, AlZayd scrive:
quote: In data 2008-11-16 13:54, Tristam scrive:
è piaciuto abbastanza anche a me.
Visto una settimana fa.
Non rivoluzionario, nè uno di quei film che ti porteresti sull'isola, però si è intenso nella costruzione visiva e in quella narrativa (molto bella e triste la storia)... e poi è interessante il cambio di stile al centro del film in funzione delle necessità drammatiche (che inizia in sostanza da quando la madre parte alla ricerca) con il ritorno, poco prima della fine, alla costruzione più calma... che dimostra in sostanza al pubblico che bayona può davvero padroneggiare tranquillamente diversi stili soprattutto all'interno di uno stile che si fonda sugli psicologismi dell'immagine e della storia...
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Difficile Mattia incappare di questi tempi in film da "isola". E' già tanto se riusciamo a trascorrere un par di orette in modo piacevole, diverito, intelligente. L'"amore che strappa i capelli" è un lusso raro.
Questo aspetto dei cambi di stile non lo avevo percepito in maniera cosciente. L'intera visione del film è stata una sorta di "sofferenza", tra il caldo e il freddo. Quando si sono riaccese le luci in sala ho pensato: film ben congeniato, girato (concordo, un autore molto promettente), ben scritto, ben musicato, recitato, ambientazioni affascinanti, ecc, mi è piaciuto ma cos'è che non mi ha convinto fino in fondo? Devo rivederlo!
Già nel pomeriggio tuttavia - magari anche grazie alle cose che si sono dette durante la conf. stampa con il regista (uno scasciatone simpatico, alla mano, molto sicuro di se), uno dei rari incontri stampa in cui si è parlato di cinema e non di gossip, di quante volte al giorno si cambiano le mutande dive e divi, e allo scambio di impressioni tra amici -, ho sentito (ri)montare in me il film in maniera positiva, ripensando a quelle bellissime immagini, a quella sapiente messinscena, e i limiti di un plot risaputo sono svaniti come bolle di sapone. Anche perchè, a pensarci bene, le storie dei film di genere sono abbstanza tutte uguali. Azzo, se un tizio del tutto sconosciuto alla sua opera prima mi fa quest'effetto, che manco i più strombazzati e ultramiliardari blockbuster di genere.., vuol dire che c'è del buono... Il giorno dopo ero già pronto a scrivere le mie quattro riflessioni. Mi sarei preso più tempo, avrei voluto scriverne in maniera un po' più approfondita e dopo aver rivisto la pellicola.., ma non c'è stato tempo, a due giorni dalla prima visione il film era nelle sale e dovevo pubblicare. In realtà il film mi si era cacciato ben dentro, lavorara sotto, e alla fine ha vinto lui... Ecco ci sono film che ci appaiono fin da subito belli o brutti, capitoci un cazzo o meno, e amen!... altri invece sono alla "a da' passà 'a nuttata"... Lo rivedrò facendo più attenzione ai cambi di stile.
POSSIBILE SPOLIER, ma non troppo...
Bella storia, vero, e triste, con un finale "patetico", e il fatto che il "lieto fine" (se così si può chiamare, ma direi di si), mi avevesse commosso l'avevo interpretato sulle prime come una facile concessione. Parlandone a caldo, ancora in sala, si era alcuni d'accordo sul fatto che scrivere la parola fine prima avrebbe giovato al film, poi però ho cambiato idea... In fondo quel finale - in un film che non vuole essere "morale", privo di forzature, ostentazioni, manicheismi, spiegazioni univoche, la cui morale della favola è nella storia stessa, tra le pieghe del racconto d'intrattenimento, che serve per divertire, spaventare, emozionare, solleticare l'immaginazione, come accade con tutte le più belle favole per bambini bambini... e per bambini adulti ancora capaci di provare stupori fanciulleschi - è un momento di buona poesia, di pietà, di speranza...
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Ecco, ancora concordo in parte.
Credo sia validissimo il discorso del "s'ha da passa a nuttata", perché penso che anch'io avrei bisogno di un'altra visione. E confesso che leggere i vostri interessanti commenti mi è servito per riconsiderare, comunque, l'aspetto prettamente cinematografico (cosa che cerco sempre di fare, eh), che fin da subito avevo riconosciuto come buono (e forse anche di più), ma che avevo irrimediabilmente finito per subordinare proprio a quella storia che voi tanto decantate.
Ecco, partendo proprio da qui, trovo che questo film sia incredibilmente succube della storia che racconta. Questo è il suo peggior male. Prima ancora dell'eventuale morale, manicheismi che dici di non ravvisare (ma qualcosa, qua e là, anche solo a livello di resa estetica dei suoi concetti e contenuti, c'è, eh). Insomma, definire il finale patetico, ci sta. Ma non nell'accezione che gli dai tu, secondo me, bensì proprio nella totalem ancanza di poeisa, invece. Forzatura veramente poco confortante, a mio avviso, pe run film che fin dalla locandina (il trailer non l'ho mai visto), vuole farsi passare per la naturale prosecuzione (filosoficamente parlando) del capolavoro di Amenabar, con il quale non riesco proprio ad evitare un confronto diretto.
I titoli di testa che hai tanto aprezzato, anche in me hanno fin da subito fatto il buon effetto di un film che non vuole farsi leggere per progressive evidenze svelate, ma caso mai per svisceramento dei contenuti, ribaltamento di fronti, scoperchiamento delle essenze....Stando anche all'ineccepibile commento di Tristam, che individua più cambi di posizione, tecniche di "racconto", rovesciamenti di stile all'interno della pellicola stessa.
Nel tuo primo post hai però addirittura citato John Ford, presumo il suo The searchers , riferendoti all'uso del chiaro e dello scuro, che tu hai definito cinematografico. Beh, francamente trovo che propio qui si annidi tutta la banalità del film, volendo anche una sorta di manicheismo, non tanto fra bene o male, ma molto fra conosciuto e sconosciuto, fra bianco e nero, fra candido e torbido: Vampyr di Dreyer o La Iena di Wise riuscivano a comunicare la stessa idea di attesa, ma anche di ambiguità, di incertezza, di devastante potere dell'ignoto sulla psiche umana....con molta più originalità, con il ricorso a stilemi e a simbolismi decisamente meno banali, meno "contrapposizionisti" (passatemi il termine). Con questo non voglio smontare a tutti i costi questo film, ribadisco, finché non lo avrò riassaporato una seconda volta. Insomma, salvo queste rare eccezioni, non è tanto la messa in scena, l'effetto nel macchinario emozionale e sensoriale a non funzionare, bensì proprio la causa. Che inevitabilmemte, finisce per condizionare anche i metodi, strada facendo.
Ancora, buoni i rimandi a Ford, tornando al discorso di prima, ma nel caso di John tutto stava ad una visione cinematica anche del film, quasi extradiegetica, che soprassiede la storia. Oltre al differente - direi forse opposto - uso che John Ford fa dell'oscurità nel suo Sentieri selvaggi, nella misura in cui nel suo western il buio preserva dalla violenza e conferisce una sensazione di protezione, mentre nell'opera di Bayona mi sembra che la valenza simbolica, il suo senso specifico sia come sempre molto ancorato agli stilemi dell'horror da decenni a questa parte (sempre quel manicheismo di cui parlavamo)...Bhe, dicevo, oltra a questo il buio in Ford acquisisce anche un senso incredibilmente cinematografico, molto lontano dalla storia e dal "racconto": quasi una continuazione dello spazio nero intorno allo schermo di tela, il buio della sala e della platea, l'immaginario filmico proiettato all'interno di una cornice di luce e che da essa non potrà mai fuoriuscire. Una dichiarazione d'amore all'uso della luce, al ruolo dello spettatore nbel cinema stesso e al cinema che si svolge la fuori, così vicino eppure così idealmente lontano da quel buio che protegge menti, cuori e cervelli....il film di Ford è quasi un film in bianco e nero, più che a colori, in cui luce ed ombra, chiaro e scuro sono al tempo stesso continuazione dello spazio buio che circonda lo schermo ed interruzione del mondo. Divagazione doverosa, anche se so benissimo che la tua citazione non voleva fare un forzato raffronto, ma richiamare romanticamente un film che ha fatto storia nella sua poeticità per parlare di questo che ha colpito la tua sensibilità. Né io, naturalmente, mi sogno di voler descrivere e racchiudere John Ford in questa soggettivissima constatazione, che rimane un'idea mia personale, senza la presunzione di volerla spacciare come oro colato, eheh.
Però....beh, però mi pare che The orphanage sfrutti molto poco quest'idea del buio come distacco dalla realtà, per usare l'oscurità solo ed esclusivamente in virtù di un cinema di tensione, che comunque è e rimane efficacissimo, nel suo genere.
Insomma...ammetto, comunque, che pur negli scadenti abinamenti ed accoppiamenti estetici (molto manicheisti, secondo me) fra maschera e volto, fra mente e corpo, fra vero e apparente, fra chiaro e scuro, fra deforme e perfetto, questo film anienti totalmente ogni capacità reattiva dello spettatore. O almeno questo è quello che è accaduto a me: storia assurda, stupidotta a mio avviso, scimmiottatura di un The others che è e gli rimane di molto superiore, giocato molto più abilmente sull'ambiguità e sull'immagine assorbita, evanescente, dissolta ed incerta ma...nonostante tutto, comunque, cupa, scura, da pelle d'oca.
Questo è già un buon effetto, sì sì. Il brivido, la paura, o forse l'inquietudine sono già sintomo del fatto che, comunque, pur in una mancanza di originalità di fondo (che poi credo sia la stessa che ha riscontrato Tristam, quando dice che non è un film "rivoluzionario"), la macchina cinema gira ben oliata, anche se troppo pedissequamente servile nei confronti dei codici e delle cifre tipiche del genere, come ho già detto.
Ma gira fino a metà, poi comincia a cigolare (come la giostra più volte inquadrata, a simbolo del "gioco", significato ludico di un film che "gioca" con i simbolismi, talvolta centrando il bersaglio, talaltra ceffando completamente) e poi si inceppa, singhiozza, va ad intermittenza come la luce di quel faro che, a mio avviso, è un po' l'emblema dell'eccessivo simbolismo di cui Bayona vuole a tutti i costi servirsi, procedendo nel suo film, finendo per scivolare davvero nel gratuito.
E poi c'è tutto un discorso sugli attori, che volendo si può ricollegare a quell'atmosfera torbida di cui tu hai prima parlato: un film che parte come ambiguo, scritto più sui luoghi che sui volti, comunque non può peccare di tutta questa grazia setetica nella scelta degli attori. Tralasciando la Rueda, che offre una buona performance, grazie anche al suo viso bello ed imperfetto (scordiamoci la magnifica Kidman di The others : impeccabile, tesa, isterica. ma comunque sempre su un altro pianeta e quasi inavvicinabile), gli altri attori, o almeno quelli cardine, mi sembrano francamente mal scelti: un marito dagli occhi teneri, fulgidi, brillanti...
(S P O I L E R)
...in quelle scene finali mi sembrava di rivedere Casper di Sielberling (a cui, per carità, sono emotivamente legato, ma cinematograficamente....) tanto il tasso di saccarosio stava salendo alle stelle. Evitabilissimo, davvero, quello sguardo finale, lo scambio di inquadrature fra la lapide e il volto, insomma....una banalità sconcertante.
(F I N E S P O I L E R)
Ed il bambino? Vogliamo parlarne? Vogliamo metterlo a confronto di Alakina Mann e James Bantley, interpreti del film di Amenabar?
No no...mi esprimerò meglio, su questo, solo quando avrò a disposizione una versione ij lingua originale, ma...stando comunque solo alla mimica, all'espressività, ai tratti somatici stessi...direi che non ci siamo, che l'immagine da famigliola perfetta (in cui peraltro la Belen, per le ragioni prima dete, c'entra davvero pco) mal si concili con un'opera che è molto giocata sulla distorsione, sull'imperfezione, sulla mancanza di genuinità, di veridicità.
L'impressione che ho al momento, insomma, è quella di un film dal potenziale alto, forte di atmosfere efficaci, ma troppo legato ad un sentimentalismo grezzo, da fiction televisiva, quasi da reclame pubblicitaria che - come dici giustamente - non pretende di trovare una morale, ma solo di vendersi per bene, di colpire con l'effetto (tralasciando la causa), servendosi di facili sistemi per accaparrarsi l'ipnotica (od anzi, ipnotizzata) attenzine dei suoi spettatori: un volto distrutto, un colpo di scena, il ribaltamento repentino di una situazione. Tecniche ottime, perfette, che smettono di essere funzionali ad un significato.
E forse il fatto che prima o poi torni a vederlo è proprio sintomo di questo.
Ma...come saggiamente scrivi, mai dare nulla per scontato.
Spero di poter cambiare idea.
_________________ E' meglio essere belli che essere buoni. Ma è meglio essere buoni che essere brutti. |
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AlZayd

 Reg.: 30 Ott 2003 Messaggi: 8160 Da: roma (RM)
| Inviato: 17-11-2008 16:33 |
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Ma le locandine (che non le ha stampate il regista) possono dire quel che vogliono, io rimmarrei a cosa vogliono dire l'autore, il film. Il confronto non dovrebbe essere finalizzato a farci "cambiare idea", sarebbe una pretesa eccessiva, io parlerei di buona occasione per poter parlare di cinema a largo raggio d'azione, partendo da un preciso e circoscritto "tema", come suppongo converrai.
Non mi fermerei troppo sulle sole correlazioni con The Others (opera a sua volta ultracinefila, con soggetto tutt'altro che originale), come già detto questo film è una summa di soggetti e suggestioni ripescati da quel pozzo senza fondo che è la storia del cinema di genere, rivitalizzati da una macchina da presa che sa il fatto suo, che dimostra di avere le idee chiare circa ciò che significa fare del buon cinema, tenendo ben separati, ed insieme uniti, gli aspetti immaginifici e testuali.
I tuoi riferimenti a Dreyer e Wise mi sembrano fuori luogo (è quando dico che a volte ti fai prendere la mano nell'eccesso di suggestioni); perchè caricare un film che si riallaccia alla tradizione "postclassica" o "primomodernistica" (mi diverte coniare all'impronta queste definizioni grottesche, fare il verso alle etichette "ufficiali" ma non meno idiote di queste mie sceme) con croci così pesanti che francamente non gli compete portare? I modelli di riferimento di Bayona sono principalmente Serrador, Erice (un genio misconosciuto in Italia), Saura, e anche Amenabar, ecc, cinema spagnolo (che conosco abbastanza bene), ma anche altri autori d'area occidentale, Usa/Europa.
Per quanto riguarda la "citazione" di Sentieri Selvaggi, ho parlato di "suggestione" fordiana, di citazione cinefila del regista, che ha la sua buona efficacia espressiva anche se non può evidentemente possedere - nè io ho mai ipotizzato un tale improbabile scenario, come giustamente rilevi - le stesse significazioni filosofiche e stilistiche che competono a Sentieri Selvaggi. Anche qui mi sembra che tu corra troppo.., sempre utile e interessante ricordare queste gloriose pagine di cinema, ma francamente servono solo "distrarci" e allontanarci dallo specifico argomento con il quale non ci azzeccano niente ai fini del giudizio, perchè è evidente che il regista non basa il suo film su questa ricetta (piccola, marginale, ma intressante, realizzata con ammirevole gusto) come se si trattasse della scoperta del secolo...
Si può fare del buon cinema, anche ottimo cinema, pur senza ricorrere alla "rivoluzione". Termine/concetto che, dati i tempi che corrono.., è più rara della parola nei pesci. La sua piccola rivoluzione tuttavia Bayiona è riuscito a farla, nel farci capire come, dato un soggetto consunto come una mappina di una centenaria cucina.., questo si possa "riparare", con un sapiente gioco - che ha dell'artiginale, del buonissimo mestiere artigianale - prima di rilavaggio (magari con perlana...), e poi di ordito.
Mettere a confronto gli interpeti di The Others e questo film non ha senso. Importantissima la lingua originale per un giudizio ancora più mirato, ma anche con il doppiaggio le ottime qualità di Belen Rueda emergono, e chi se ne frega se, metti caso, la Kidman fosse stata ancora più brava, il cinema non è mica competizione fino all'ultima "mossetta" della star? Idem dicansi per quanto riguarda i "ragazzini", i comprimari e i caratteristi, forse più bravi quelli di The Others e ma tutt'altro che scadenti anche quelli di The Orphanage. Queste mi sembrano questioni secondarie.
Lo stile da fiction televisiva è a mio avviso da escludere assolutamente, e perdona ma qui ci hai visto triplo... .
Sulle risultanze testual-morali, beh.., ognuno le sente e si esprime in base alle proprie personali proiezioni; sta di fatto però che la mano del regista è molto misurata, leggera, ripeto mai manichea o chiusa sul messaggio univoco, se non magari per via del fatto che Bayiona racconta un "cuento negro" conosciuto, una favola del mistero de paura.., con i suoi noti segmenti tramici, simbologie, risultanze narrative esplicite e sottotestuali, di superficie e di maggior sostanza, e le favole, da che mondo è mondo, sono tutte uguali. Cambia il modo di scriverle/raccontarle, e a mio avviso questo regista, pur con tutta l'acqua nota che è passata sotto il ponte del cinema di "genere", fanno un centinaio di anni, sta ben meritando la favorevole accoglienza del pubblico pagante che ne detrmina il successo, le buone critiche, gli incassi al botteghino, i tanti premi e i riconoscimenti che qualche buona ragione di essere dovrebbero pure avercela a fronte di un cinema che si dichiara di "genere", popolare, non propriamente intellettuale. Colto, e con eleganza, però si... Qualità più che apprezzabile, piccola manna dal cielo, in tempi di vacche magre.., sempre limitatamente alla sfera del cinema mainstream.
Edit: Ma in fondo i limiti testuali, che secondo te inficiano l'immaginifico, le zuccherosità, ecc, non potrebbero essere le stesse che ritroviamo ne Il Nascondiglio di Avati che a te è piaciuto molto, e che io ho successivamente rivalutato per il girato classico, per le belle atmosfere, per alcuni momenti di ottimo horror, nonostante le numerose e risaptute inverosimiglianze o forzature tramiche, e l'interpretazione della Morante che seguito a trovare fuori parte, non con la "faccia giusta"?
[ Questo messaggio è stato modificato da: AlZayd il 17-11-2008 alle 16:57 ] |
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oronzocana

 Reg.: 30 Mag 2004 Messaggi: 5965 Da: camerino (MC)
| Inviato: 17-11-2008 17:00 |
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domani lo vedo... a breve leggo e rispondo.
_________________ Partecipare ad un'asta, se si ha il Parkinson, può essere una questione molto costosa.
Michael J. Fox
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Topper

 Reg.: 04 Giu 2004 Messaggi: 6564 Da: Roma (RM)
| Inviato: 17-11-2008 17:27 |
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Anch'io lo vedrò domani (o al più tardi mercoledì), speriamo non sia una ciofeca.
Dal trailer mi sembra molto simile, se non uguale, a tanti tanti altri film dello stesso genere. |
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AlZayd

 Reg.: 30 Ott 2003 Messaggi: 8160 Da: roma (RM)
| Inviato: 17-11-2008 17:30 |
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Topper, con i trailer è facile toppare...
_________________ "Bisogna prendere il veleno come veleno e il cinema come cinema" - L. Buñuel |
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